Dark Fortress – “Tales From Eternal Dusk” (2001)

Artist: Dark Fortress
Title: Tales From Eternal Dusk
Label: Red Stream, Inc. Records
Year: 2001
Genre: Melodic Black Metal
Country: Germania

Tracklist:
1. “The Arcanum Of The Cursed”
2. “Pilgrim Of The Nightly Spheres”
3. “Twilight”
4. “Apocalypse”
5. “Immortality Profound: Part I – Dreaming…”
6. “Immortality Profound: Part II – Throne Of Sombre Thoughts”
7. “Immortality Profound: Part III – Captured In Eternity’s Eyes”
8. “Misanthropic Invocation”
9. “Crimson Tears”
10. “Tales From Eternal Dusk”
10. “Moments Of Mournful Splendour (At The Portal To Infinity)”

Le paure irrazionali, quelle immotivate e sovente persino incoraggiate dagli organi d’informazione e relativi mass media, sono un tema conduttore del delicato passaggio dal traumatico secolo novecentesco al misterioso Nuovo Millennio, come se quei tre zeri successivi al 2 significassero ineluttabilmente un colossale reset su scala mondiale che, a conti fatti, e come dimostra la paranoia del Millennium Bug, non c’è alla fine mai realmente stato. Il carico di ansie dettato da questo shift cronologico è comunque enorme, e sebbene il più delle volte lontanissimi dalle dinamiche di scambio tra arte ed attualità tipiche dell’ambito mainstream anche i musicisti Black Metal sono e rimangono ad ogni buon conto persone comuni; ingranaggi loro malgrado di una società capillare ove angosce e fobie sono a portata -se non di click– perlomeno di telecomando.
Succede quindi che in seno al genere, non certo alieno allo spirito dei tempi come i fondatori d’inizio Nineties si auguravano fosse, viene a crearsi una spaccatura in merito alla ricezione e conseguente risposta al simbolico passaggio tra 1999 e 2000: tra chi intende sfruttare senza timore l’incubo futurista allo scopo di sfornare grandi dischi possibilmente targati Moonfog Productions (solo nel 2001 in oggetto abbiamo l’illustre diarchia norrena composta da “Thorns” e “Plaguewielder”), e chi invece mira a preservare i canoni delle annate a quel punto da quasi una decade trascorse come fanno, nella multiforme Svezia, i reazionari debutti dei Craft o degli indiscussi capocannonieri di questo approccio Watain; una visione in retrospettiva assai meno nobile dal punto di vista autoriale, e tuttavia in un certo senso comprensibile qualora si tenga a mente lo spauracchio di un ipotetico azzeramento di quei suoni gelidi, di quegli scenari avversi e di quelle storie pazzesche che avevano fatto breccia lungo i dieci anni passati, in Europa e non soltanto.

Il logo della band

In contemporanea, lo stesso conflitto si riproduce pari pari in Germania, terra la quale già all’epoca costituisce il principale bacino di utenza realmente underground per quanto concerne le sonorità distorte: anche lì, di sicuro, non mancano virtuosi esempi di spiccata personalità applicata su pressoché qualunque ramificazione della musica pesante, ma ciò non toglie che la Bundesrepublik abbia da sempre avuto un debole per la reiterazione di soluzioni predefinite e spesso ridondanti, primo tra tutti l’assai vituperato Heavy/Power locale che, al contempo grazie e nonostante i suoi risaputi limiti, catalizza entro i confini teutonici l’attenzione degli irriducibili e forse un pochino testardi sostenitori del Metal classico durante la critica fase degli anni Novanta. In campo blackish la situazione non è troppo diversa, tanto che proprio ad inizio Duemila i primi passi di Katharsis e Darkened Nocturnal Slaughtercult, tra gli altri, suonano come un esplicito recupero dei Darkthrone di un decennio scarso anzitempo, ed in generale del lato più ferale della Nera Fiamma appiccata sull’altra sponda del Mare del Nord.
Si dovesse però indicare un filone delle sette note in nero che in Germania ha attecchito alla perfezione, supportato dalla passione di quel pubblico per giri melodici da apprezzare col boccale in mano e i piedi affondati nel fango di qualche festival estivo, allora la scelta non potrebbe che ricadere sulla oggi come ieri apprezzatissima scuola svedese teorizzata da Necrophobic, Unanimated e dai portabandiera Dissection; ecco dunque che, già due lustri prima dei Thulcandra di Steffen Kummerer, sempre in Bavaria si formano i Dark Fortress, agguerrito five-piece il quale tra le mille influenze che arrivano grazie alla posizione centrale della Madrepatria si orienta proprio su quelle coordinate deliziosamente gialloblù, profetizzate da un demo e da uno split coi più truci Barad Dûr ed affermatesi nel debut album di venticinque inverni or sono – “Tales From Eternal Dusk”.

La band

Basterebbe l’evocativo nome scelto per l’opera, dall’elaborato lettering splendidamente manuale ed immaginifico (un po’ come quelli novantiani di Arckanum, ma anche -e non a caso- di un certo “Far Away From The Sun”), oltretutto abbinato a titoli come “Pilgrim Of The Nightly Spheres” oppure al più sobrio “Twilight”, per intuire il mood tutto crepuscolare con cui la combriccola di Landshut cerca di ammantare l’intero suo primo full-length a partire dalla copertina, firmata da Kris Verwimp e carica di sfumature a metà tra l’arcano gotico inglese (si pensi alle rovine sullo sfondo) e il notturno ritualismo svedese (la misteriosa figura in primo piano). Se a questo si aggiunge il lungo periodo trascorso ad affinare le strutture dei singoli pezzi, figli a quanto si dice di una gestazione che copre tutta la seconda metà della precedente decade, risulta allora inevitabile che “Tales From Eternal Dusk” finisca con l’essere una bestia tanto rara nelle sue fattezze quanto al tempo stesso un brillante esempio di Black Metal melodico, adulto e raffinato, con però la sfortuna di vedere la luce (ed in essa portare al contempo la giusta dose di oscurità) con un certo ritardo rispetto alla golde-age del suo movimento.
La tardiva comparsa dei Dark Fortress sulla mappa non è tuttavia da intendersi esclusivamente come un vulnus, dal momento che il non doversi accodare per forza ad una corrente in quello stesso momento pienamente attiva ha permesso al quintetto un relativo spazio di manovra entro gli steccati da esso prescelti: un ascolto approfondito alla rampante traccia di apertura, dopo gli alquanto innovativi cori monastici dell’introduzione, almeno per il contesto, ovvero alla già citata “Pilgrim Of The Nightly Spheres”, o ancora meglio forse alla più esplicita “Apocalypse”, rivela come il DNA semplice, diretto e frontale della Germania metallica si sia anche qui fatto strada tanto nei cordofoni distorti di Asvargr e Crom quanto nel drum-work di Charon, lasciando un retrogusto thrashy non immemore dei coevi (ed altrettanto appassionati di tempi oscuri e medievali) Desaster su certe composizioni utile a svecchiare una ricetta che, nel 2001, stava senz’altro iniziando a perdere di sapore. Quando però su quei ritmi sbarazzini da galoppata verso la battaglia vengono innestate grandi melodie, allora può venirsi a creare quello che è a tutti gli effetti il cuore del disco, ossia la trilogia centrale “Immortality Profound”, dove ci si avvicina senza fatica ai Naglfar del bombastico “Vittra” per immediatezza e pathos; specie in una “Captured In Eternity’s Eyes” dove la corsa rallenta in favore della celebrazione della vittoria sulle note dell’epico scambio tra solos di chitarra e tastiere prima della sublime ripartenza finale. Accanto però alla schiettezza tedesca di alcuni episodi in scaletta, “Tales From Eternal Dusk” è parimenti un album che sa giocare sulle zone d’ombra delineate da Jon Nödtveidt e dagli altri teorici del suono più armonioso svedese, a cui sembrano rivolgersi prima la cattiveria pura (nonché l’acustica centrale) di una “Misanthropic Invocation” e poi i tocchi atmosferici a base di arpeggi puliti in scena durante “Twilight” (con tanto di voce pulita di un certo Markus Stock, in quel momento già accantonati i Sun Of The Sleepless e al lavoro sul “Weiland” che avrebbe segnato un primo punto d’arrivo nel percorso degli Empyrium) o “Crimson Tears”: quest’ultima il fantastico preludio ad una title-track la quale, dall’alto dell’impegnativo minutaggio e di tocchi tastieristici davvero preziosi, innalza l’asticella del cripticismo ribadendo tutti i numerosi punti di forza di questo magico e tenebroso artefatto.

Sulle note di “Moments Of Mournful Splendour (At The Portal To Infinity)”, possibile accenno agli Unanimated ed alla loro invece introduttiva “At Dawn” sull’esordio in studio datato ’93, va pertanto a chiudersi l’opera prima dei Dark Fortress e, con lei, un piccolo miracolo di bilanciamento delle varie anime dietro al monicker qualora abbinato alla teutonica centratezza in fatto di songwriting da esso dimostrata; abilità quest’ultima probabilmente perduta col successivo rimaneggiamento in line-up, dal momento che neppure l’ingresso alle sei corde del prolifico e fortunato ingegnere audio, nonché futuro Triptykon, Victor “Santura” Bullok sarà sufficiente a ravvivare lo spento successore “Profane Genocidal Creations”, né tantomeno a salvare il germanico ensemble da un destino che, a suon di uscite dall’identità via via meno delineata (fatta eccezione per l’interessante dittico creato nei più moderni ed ambiziosi “Stab Wounds” e “Seance”), lì porterà verso la pressoché completa irrilevanza ed al conseguente scioglimento nel silenzio generale, in barba ad un quanto mai florido contratto quasi ventennale con Century Media.
Ad ogni modo, un simile finale ha ancora meno senso oggi, qualora si approfitti del fresco venticinquennale per rispolverare “Tales From Eternal Dusk”: un platter che ironicamente ha la forza di portare le proprie indubbie influenze in piena vista senza vergognarsi degli anni di ritardo sulla concorrenza e senza occultarne l’imprinting dietro la scrittura troppo spesso incerta dei vari sequel, ma al contrario riservando ad ogni elemento l’adeguato spazio nella creazione di piccoli gioielli tipo la traccia omonima e “Crimson Tears”; quest’ultima, oltretutto, l’unica rappresentante dell’album nella scaletta del concerto d’addio al Backstage di Monaco, tenuto nel maggio 2023. Riscoprire per un giorno, una settimana o a tempo indeterminato che sia i brani del primogenito in casa Dark Fortress diventa quindi un’azione di salvaguardia retroattiva (non lontana, del resto, da quanto compiuto dalla band stessa con un full-length del 2001 che suona come fosse il 1996) su di un passato forse ancora più oscuro rispetto a quanto siamo abituati sulle nostre già cupe pagine – troppo lontano per svariate ragioni dalle vetrine e dai riflettori, nonché dall’attenzione dei suoi stessi autori, e dove solo i più dediti evocatori hanno il coraggio di spingersi.

Michele “Ordog” Finelli

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